Se le generazioni attuali di Arco hanno avuto la possibilità di cogliere la grandezza dell’epoca del Kurort, lo si deve anche all’esistenza di un’abbondante disponibilità di immagini; lo si deve insomma a quegli artigiani-artisti che hanno catturato con le loro macchine la straordinarietà di un paesaggio in manutenzione, la realizzazione di ville e di giardini, l’eleganza dei forestieri e dei momenti sociali da loro vissuti, l’eccezionalità di alcune frequentazioni.
Grazie a questi maestri, rari padroni di un’arte che sfiorava in quel tempo la magia, noi possiamo calarci in quell’epoca, chiudere gli occhi per veder riaffiorare dal passato (da un passato che orgogliosamente ci appartiene) gli umori, le sensazioni e le atmosfere di quell’epoca.
È in loro, nelle loro fotografie che trova radici profonde il percorso che questa pubblicazione vuole compiere.
Essi rappresentano il termine primo, l’alfa di un itinerario che, nel modo più semplice, si cercherà di sviluppare in questo catalogo; la prima tappa lungo il cammino del tempo che conduce all’attualità .
Non si poteva infatti parlare di Francesco Emanuelli, primo fotografo arvense, senza ricordare otto Grasemann, fotografo di corte, insediatosi nel 1898 ad arco, subentrando nell’attività ad Oscar Schlegel. È presso Grasemann che Francesco Emanuelli compie quell’apprendisatao che lo porterà a diventare un abilissimo fotografo.
Oscar Schlegel invece era il proprietario di Villa Wohlauf (poi Villa Germania ed ora Villa Italia) ed è proprio in quella magnifica residenza che egli crea lo studio fotografico dalle grandi vetrate; quello stesso studio in cui generazioni di arcensi hanno visto all’opera Francesco Emanuelli.
E come non ricordare Giovanni Battista Unterveger, pioniere della fotografia in Trentino, suo fratello Giorgio, Beniamino Pasquali ed Emilio Joffè, anch’essi grandi testimoni del Kurort, e poi Pasquali, Baroni, Lenzi ed altri. Di questi maestri della fotografia vengono riportate alcune immagini, in parte conosciute e già edite, in parte inedite. Sono la pietra miliare da cui partire per questo sintetico viaggio nell’universo fotografico di Arco.
Emanuelli, una famiglia di fotografi
Francesco Emanuelli era un artigiano maestro, e chi l’ha conosciuto mantiene di lui, nella mente e nel cuore, questa immagine.
I “maestriâ€: sono figure ormai quasi scomparse nel variegato mondo dell’artigianato, non perché il mercato non richieda più la loro opera, bensì perché la via per arrivare a certi livelli di bravura richiede sacrifici che non sempre le giovani generazioni sanno accettare.
La storia di queste persone solitamente si assomigliava. Essi acquistavano la loro preparazione, fatta di conoscenze tecniche, di sensibilità , di gusto per li bello, con il paziente apprendistato, con una maturità professionale mai restia ad avvicinarsi all’innovazione, puntigliosa nella ricerca della precisione e della perfezione. Maestri che sapevano lavorare il legno o il ferro, offrendo al cliente (ma prima di tutto a se stessi) un prodotto elegante e funzionale al tempo stesso; sarebbe banale definirli falegnami o fabbri!
Muratori che portavano a termine, in perfetta autonomia, la costruzione di ville, mettendo a frutto conoscenze tecniche ed esperienza. Tipografi capaci di elaborare motivi grafici e decorativi di rara bellezza, di usare il piombo per produrre volumi di grande eleganza. E dentro la storia di ognuno c’è, lungo il viale del tramonto, il desiderio immenso di consegnare al futuro i segreti di un’arte acquisita in una vita di lavoro.
Questa è la storia di Francesco Emanuelli.
Agli albori del Novecento, appena adolescente (era nato nel 1888), si mette al servizio di Otto Grasemann, il più importante fotografo operante in Arco, in quegli anni. Il maestro austriaco, “fotografo di corteâ€, aveva preso il posto di oscar Schlegel e, com’era prassi inveterata, avendo più laboratori in attività , aveva cercato un collaboratore; Francesco Emanuelli lavora ad Arco, ma viene mandato anche a Dobbiamo, nel periodo d’apertura dello studio di Grasemann.
Passano alcuni anni e poi la grande guerra costringe le nostre genti all’esodo; per molte famiglie vi è l’accoglienza nei paesi della Moravia e della Boemia, per altre, meno fortunate, la sistemazione nei campi profughi di Braunau e Mitterndorf. Francesco Emanuelli abbandona Arco e si trasferisce ad Innsbruck, dove apre un laboratorio in Maria Teresa Strasse. Al ritorno da Innsbruck, in Arco italiana, egli non trova pi il suo maestro, che per timore di qualche reazione irredentista, aveva lasciato il paese. Francesco allestisce il proprio studio là dove Schlegel e Grasemann avevano lavorato; lo studio dalle grandi vetrate di Villa Germania, ora divenuta Villa Italia.
È lui che fotografa il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena nella visita ad Arco nell’ottobre 1921; quel giorno poi, dopo l’esultanza per aver scattato una fotografia storica, egli prova una forte delusione perché la lastra cade in mano al suo aiutante e va in pezzi. Niente paura; pazientemente Francesco rimette insieme le parti della lastra, la sviluppa ritoccando le linee di congiunzione e ne esce un’immagine perfetta!
Francesco si sposa con Assunta Giacomoni e diventa padre di tre figli: Natalino, Armando e Filiberto. Affina la propria arte grazie anche allo sviluppo della tecnica fotografica; si abbreviano i tempi di esposizione e migliorano le tecniche di illuminazione del soggetto da ritrarre. Due figli, Natalino ed Armando, imparano a fotografare e sviluppare; il secondo conflitto mondiale intristisce la loro giovinezza. Al ritorno dalla guerra Armando riprende il suo lavoro di fotografo accanto al padre, mentre Natalino apre uno studio a Cavalese, dove si sposa.
Nel 1957, un tragico incidente stradale stronca la vita di Armando, che lascia la moglie Angioletta e due bambini, Fabio e Roberto. Ed allora il nonno, quasi settantenne, non si perde d’animo e consegna, piano piano, la propria eredità artigianale ed artistica al nipote Fabio, che a quindici anni esegue il suo primo sevizio fotografico.
La morte porta con sé Francesco nel 1974, ma la tradizione dei fotografi Emanuelli continua. Fabio affina le proprie abilità professionali, conquistandosi una sempre più nutrita clientela ed ottenendo importanti riconoscimenti a livello nazionale; ultimo, in ordine di tempo, il premio per una delle migliori foto presentate al concorso “Matrimonio vincente†indetto dalla Kodak.
A noi rimane la nostalgia di quel piccolo-grande uomo che ci attendeva nello studio dalle grandi vetrate, con i fondali un po’ barocchi e un po’ liberty. Lo studio dove molti di noi sono saliti bambini con il vestito della Prima Comunione e con il grande fiocco della cresima al braccio, per pose che a noi sembravano eterne perché il maestro era quasi sempre insoddisfatto dell’espressione assunta da noi ragazzini. Ora rivediamo quelle foto con nostalgia e commozione, ritrovando momenti importanti di noi e della nostra storia.
Il Luogo di Cura cambia paesaggio
“ 1870 – A quet’ epoca in circa risalgono i primordi del Luogo di Cura in Arco, che altri potrà segnare più accuratamente. Erano diversi anni che le nostre popolazioni per tante cause congiurate a loro danno, dallo stato dell’antica floridezza, andavano precipitando in sempre maggiori miserie, le campagne rendevano pochissimo, l’industria era quasi scomparsa. Si pensò allora di approfittare del nostro bel clima, che già da tempi antichissimi invitava qualche forestiero a passarvi l’inverno…
Finalmente così osservando l’esempio di Merano, e riflettendo alle maggiori bellezze naturali che senza confronto possiede il nostro Archese, ove già nei secoli passati non erano rari gli ammalati di petto che si rifugiavano per trovarvi un qualche sollievo nei crudi inverni, si decisero di introdurre e promuovere l’industria appunto dei forestieri, e sperando che con essi sarebbero arrivati anche i denari che mancavanoâ€.
Questo è l’inizio di un mito.
Il Luogo di Cura, soprattutto invernale. Arco diventa la riviera dell’Impero, dopo che altri lidi erano stati persi dalla potenza asburgica.
Motore e calamita di questa straordinaria epoca sarà , a partire dal 1872, l’arciduca Alberto d’Asburgo. Attorno a lui ruoterà l’alta borghesia austriaca e tedesca. Imprenditori locali, ma soprattutto stranieri investiranno nella città dell’olivo.
Questo sviluppo incide fortemente sul paesaggio, sull’ambiente di Arco. La città esce dalle mura e supera i vincoli di una terra contadina. Gli edifici che si realizzano rispondono a canoni sconosciuti per un borgo come Arco, dove solo i palazzi dei conti e di qualche ricco borghese si distinguevano per eleganza e maestosità . Lungo le direttrici ovest e sud nascono ville con meravigliosi giardini, in cui vengono messe a dimora varietà mediterranee e subtropicali.
Ma il cuore del Kurort è appena oltre la Collegiata, nei giardini attorno alla Kurplatz, nel Kurcasino, nell’Hotel Nelböck, nella villa arciducale. Le Kurliste promuovono Arco registrando puntualmente l’elite mitteleuropea che aveva frequentato la città .
Ed anche dentro questo sviluppo possiamo cogliere tappe diverse, un ricorrere di eventi grazie ai quali vediamo sorgere in tempi successivi, ad esempio, la chiesa si Santissima Trinità e la clinica San Pancrazio. Arco diventa sempre più meta di persone che vogliono trovare nel clima, nel verde, nelle passeggiate un ristoro per la propria salute. Sarà il primo conflitto mondiale ad interrompere il mito di Arco felix, anche se segnali di decadenza si erano già avvertiti. Passerà qualche decennio e quell’eredità verrà parzialmente raccolta dalle scelta sanatoriale.
Le immagini che seguono vogliono rappresentare nel modo più immediato questi cambiamenti; vogliono essere testimonianza di un’epoca che Arco non deve dimenticare.
L'urbanizzazione interviene sul paesaggio
Le serie di immagini proposte in questo capitolo vogliono testimoniare in modo evidente come il paesaggio del Basso Sarca sia mutato nel corso del secolo.
Si è visto come l’avvento del Kurort abbia modificato il paesaggio, soprattutto nella fascia di territorio appena oltre il borgo medioevale cinto per secoli dalle mura. Questa situazione è perdurata per decenni; due guerre e la crisi economica hanno impedito qualsiasi sviluppo.
È a partire dagli anni Sessanta che il territorio del Basso Sarca viene interessato da due fenomeni che creano profonde mutazioni al paesaggio: la razionalizzazione in agricoltura e lo sviluppo industriale. Nelle campagne le vecchie coltivazioni, spesso consociate, cominciano ad essere sostituite da nuovi impianti, più moderni. Vengono introdotti gli alberi da frutto, quali meli e peri, coltivati in modo razionale. I filari dei vigneti sono più ravvicinati, si usano le colonne in cemento, si eliminano coltivazioni quali frumento e tabacco.
Ma è l’industria che crea le grandi mutazioni. Lo sviluppo del miracolo economico porta anche ad Arco qualche industria. Si trova uno loro collocazione in uno spazio poco idoneo all’agricoltura (“Il prato della fameâ€!). Il numero delle industrie cresce; nell’ultimo decennio è lo sviluppo delle imprese che cambia il paesaggio, in particolare lungo la strada San Giorgio e in località Grazie.
L’urbanizzazione, la costruzione di nuovi alloggi o centri commerciali sta allargandosi a macchia d’olio, soprattutto lungo alcune direttrici. L’agricoltura ha assunto un ruolo secondario, soprattutto in termini di addetti a questo settore. Il Basso Sarca è diventata zona residenziale privilegiata; numerose sono le case, realizzate da italiani e stranieri. Due altre varianti sono intervenute: la sottensione del fiume Sarca, imposta dai programmi di crescita del dopoguerra a d oggi avvertita sempre più come un’iniqua mutilazione, e la viabilità che, con gli ultimi sviluppi quelli futuri, marcherà significativamente il paesaggio.
E pur inciso profondamente da queste mutazioni, il paesaggio del Basso Sarca ha mantenuto invariate alcune sue peculiarità ; terra di confine che si apre sul fiordo del Benaco, conserva spicchi di mediterraneità che continuano tuttora ad affascinare. Offre ai residenti ed ai turisti percorsi nella natura, occasioni culturali e sportive di grande interesse.
Una fotografia per non dimenticare
Le immagini sono il modo più semplice per conservare la memoria di una persona, di un fatto, di un luogo. Prima della fotografia toccava alla pittura ritrarre i personaggi più celebri (o più ricchi), i paesaggi più suggestivi, gli avvenimenti storici più importanti. Poi l’avvento della fotografia, ancor più vicina al vero (o vero essa stessa!), ha portato dentro le case, anche le più umili, un’immagine, una memoria.
Si andava dal fotografo come si andava dal medico, con il vestito più bello; il rito della fotografia conservava, fino a non molti decenni fa, un suo fascino. Si stava in posa interminabili minuti, si osservavano con una certa soggezione le indicazioni del fotografo; insomma si viveva in un mondo così avulso dalla tecnica, una piccola avventura. Poi quell’immagine, uscita dalle bacinelle nella camera oscura ed appesa come biancheria da asciugare, diventava un oggetto prezioso, custodito gelosamente per non dimenticare…Per non scordare i propri avi, il figlio che partiva per la guerra, la fidanzata lasciata al paese, la festa del santo patrono, l’eccezionale gita con gli amici, la parata militare, il grande personaggio che era passato in paese.
E quelle foto sono finite incorniciate sopra le cassettiere, accanto alla Madonna ed a i santi; conservate nel portafoglio da chi viaggiava in cerca di lavoro lungo le strade del mondo; fissate negli occhi e nel cuore durante i lunghi giorni della trincea o del campo di concentramento; incollate nell’album di famiglia da sfogliare nelle serate d’inverno; ogni foto, un ricordo…
Ma le immagini, queste immagini, servono anche a noi per non dimenticare…Per non scordare un mondo che non c’è più, semplice e spontaneo, umile e lavoratore, fedele alle proprie tradizioni religiose, felice di poco e mai rassegnato…Per non scordare le tristi conseguenze della guerra e della dittatura, per fare della storia, anche quella immediata, suggerita, bisbigliata dalle immagini, una maestra di vita.
Nel 2001, in collaborazione con il Prof. Romano Turrini e la S.A.T. Sezione di Arco, lo Studio Fotografico Emanuelli ha pubblicato un libro: Obiettivo Arco
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